Endometriosi: nuovi farmaci per preservare la fertilità

11 novembre 2013
Interviste

Endometriosi: nuovi farmaci per preservare la fertilità



endometriosi


Colpisce moltissime donne: una su otto. Ed ha per loro delle conseguenze di portata veramente molto grave. Come dice Paola Panina, la coordinatrice delle attività di ricerca presso la Clinica ostetrico-ginecologica dell'Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, l'endometriosi «è una malattia molto diffusa anche tra le adolescenti, ed è una malattia misdiagnosticata che ha due conseguenze cliniche molto importanti: una è la sterilità e l'altra è il dolore».

Quali sono le terapie abitualmente in uso?
«A oggi la terapia è sostanzialmente chirurgica. Cioè la rimozione di queste lesioni, ed eventualmente una terapia farmacologica con estroprogestinici. Però in entrambi i casi ci sono delle controindicazioni.
La terapia farmacologica blocca l'ovulazione e quindi non è applicabile in una donna in età riproduttiva con l'intenzione di procreare, e la terapia chirurgica è una terapia, ovviamente, invasiva. Visto poi che la malattia tende a recidivare, quello a cui bisogna tendere è una diagnosi precoce da un lato e di una terapia efficace che mantenga immutata la capacità produttiva, e quindi la funzione ovarica, dall'altra. È la risposta a questa domanda aperta il focus del nostro gruppo di ricerca perché la sterilità colpisce circa il 35 per cento delle donne in età riproduttiva desiderose di una prole e affette da endometriosi».

Quali sono le cause di questa malattia?
«La teoria più accettata è quella che trova le origini in una mestruazione retrograda. Durante la mestruazione il sangue mestruale con frammenti endometriali per una via retrograda si riversa nel peritoneo, quindi si trova dove non dovrebbe essere. Di solito dovrebbe stare nell'utero e invece si trova nel peritoneo, dove causa infiammazione perché il sangue contiene eme e l'eme contiene ferro e il ferro è una molecola con una fortissima attività infiammatoria.
Così l'organismo reagisce determinando una forte infiammazione peritoneale e per meccanismi più o meno noti questi frammenti di tessuto endometriali si impiantano nel peritoneo in sede ectopica e si possono impiantare ovunque sulla parete peritoneale o sulle ovaie o sulle tube o sugli organi presenti all'interno del peritoneo con conseguenze diverse a secondo del grado di severità della malattia. Una forma abbastanza frequente è l'impianto in sede ovarica che compromette gravemente la fertilità».

Quali sono i sintomi che devono allarmare una donna?
«Sicuramente il dolore è il primo sintomo. Quando compaiono dei dolori pelvici di natura non chiara e contemporaneamente cicli mestruali molto dolorosi il consiglio è quello di rivolgersi a un centro specializzato. Al San Raffaele c'è un ambulatorio dedicato alle adolescenti per cercare di abbreviare i tempi di diagnosi della malattia perché quando si manifesta il dolore significa che già ci sono delle lesioni e queste lesioni possono portare a infertilità se non vengono rimosse tempestivamente».

Ci sono degli studi che possono aiutare a prevenire l'endometriosi?
«C'è un osservatorio a livello nazionale per osservare l'endometriosi nelle adolescenti organizzato dalla Fondazione Giorgio Pardi per coordinare i dati che provengono anche dagli altri centri per avere delle linee guida comuni. E per sapere quante sono le adolescenti, come vengono diagnosticate, quali sono i sintomi... Insomma tutte le informazioni importanti che ci possono aiutare nel trovare soluzioni a questa patologia.
È importante sapere, prima che si manifesti il dolore, se c'è una predisposizione. Abbiamo degli studi preliminari in corso di grande importanza. Il nostro gruppo ha recentemente validato delle varianti geniche associate a rischi di endometriosi che erano state descritte da un consorzio anglo-americano. Noi per la prima volta le abbiamo validate in una popolazione italiana. Questa è una ricerca che rappresenta una grossa potenzialità. Capire se c'è una predisposizione genetica a questo tipo di patologia è ovviamente importantissimo. E nel corso di questo studio abbiamo anche identificato delle nuove varianti mai descritte prima. Torno a sottolineare che sono studi di popolazione quindi sono abbastanza lunghi ma ci sono delle buone prospettive: ci sono delle espressioni di alcuni geni che sono associate a un rischio endometriosi».

Lei è il suo gruppo avete recentemente vinto il Royan International Reaserch Award a Theran per questo tipo di ricerche...
«La linea di ricerca con cui abbiamo vinto questo premio è stata quella di combattere l'endometriosi identificando dei bersagli farmacologici dell'infiammazione. Noi siamo partiti dall'idea che se si riesce a diminuire l'infiammazione peritoneale in modo significativo, la malattia è tenuta sotto controllo. Non si sviluppa ulteriormente. Ecco, in questa direzione abbiamo diverse ipotesi farmacologiche che stiamo valutando e sono tutti molto interessanti».

Quindi è possibile individuare una terapia farmacologica che non comprometta la fertilità.
«La ricerca è ancora a livello sperimentale, ma la risposta è sì. Abbiamo delle potenziali terapie che non influenzano minimamente la fertilità della donna, riducono l'infiammazione peritoneale e riducono la progressione delle lesioni. Terapie che sappiamo non avere conseguenze sulla funzione ovarica. Per esempio una delle molecole per cui abbiamo vinto il premio a Teheran è un analogo della vitamina D, quindi una molecola molto studiata in molti altri tipi di patologie che sappiamo non avere effetti collaterali. È una molecola che ha potenzialità antinfiammatoria e questa è una molecola che si potrebbe già testare nelle pazienti».

Quindi siamo ottimisti?
«Una volta che avremo i farmaci adatti il pericolo che l'endometriosi porti alla non fertilità è scongiurato. È un futuro non vicinissimo, però questo è il nostro obiettivo esatto. E sì, siamo molto ottimisti».


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