Depressione, la discriminazione aumenta le barriere sociali

05 novembre 2012
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Depressione, la discriminazione aumenta le barriere sociali


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Gran parte delle persone affette da depressione maggiore subiscono discriminazioni, che costituiscono una barriera alla partecipazione e integrazione sociale aggiuntiva a quella determinata dalla patologia stessa. Tutto ciò rinforza gli impedimenti a cercare aiuto e a ricevere trattamenti efficaci. Ecco perché è quanto mai necessario sviluppare nuovi approcci per prevenire o ridurre lo stigma nei confronti delle persone depresse. È la conclusione di un'indagine trasversale internazionale, coordinata da Antonio Lasalvia dell'università di Verona, in cui 1.082 persone con diagnosi di disturbo depressivo maggiore sono state intervistate in 35 Paesi diversi tramite la versione 12 della "discrimination and stigma scale" (Disc-12). Sul totale, il 79% dei partecipanti alla survey ha riferito di aver sperimentato una discriminazione in almeno un dominio. Il 37% degli intervistati si è autoimposto il veto di iniziare un rapporto personale ravvicinato, il 25% di cercare un lavoro, e il 20% di fare domanda per attività educative o di training. I più elevati livelli di discriminazione sperimentata si sono associati alla comparsa di moltepici episodi depressivi lungo la vita, all'aver subito almeno un ricovero in un reparto ospedaliero di psichiatria, al fatto di trovarsi in condizioni sociali meno agevoli (vedovanza, separazione, divorzio, condizione di lavoratore senza stipendio o di persona senza lavoro o in cerca di un lavoro). Si è visto che la discriminazione sperimentata si associa anche a una minore disponibilità a rivelare una diagnosi di depressione. La discriminazione anticipata (ovvero quei fenomeni di autodiscriminazione che impongono una fuga dall'evento che si presuppone foriero di discriminazione) non è apparsa necessariamente associata con quella sperimentata: infatti il 47% dei partecipanti con discriminazione anticipata in relazione al fatto di trovare o mantenere un posto di lavoro, così come il 45% di quanti riferivano discriminazione anticipata nelle relazioni intime, non ha poi sperimentato una effettiva discriminazione.




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