Beta-Bloccanti? C'è di meglio

28 ottobre 2005
Aggiornamenti e focus

Beta-Bloccanti? C'è di meglio



Da almeno tre decenni i ß bloccanti vengono utilizzati nel trattamento dell'ipertensione e sono tuttora raccomandati come farmaci di prima linea. Inoltre, dopo un infarto del miocardio o nei pazienti con problemi cardiaci già in atto, la terapia con β bloccanti previene nuovi episodi infartuali, il ricovero per cause cardiache nonché il rischio di morte prematura. Sembrerebbe tutto assodato ma è arrivata una metanalisi pubblicata da Lancet a scombinare le carte. L'indagine mette, infatti, in discussione il ruolo di queste sostanze nell'ipertensione primaria. E tutto a partire da uno studio che evidenziava alcuni limiti dell'atenololo, uno dei farmaci di questa classe più impiegati. Meglio riconsiderare queste sostanze, hanno pensato i ricercatori svedesi, piuttosto che rischiare di arrecare un danno ai pazienti.

La metanalisi svedese


Il ruolo dei β bloccanti è noto. Si tratta di farmaci che inibiscono i recettori β del sistema adrenergico presenti nel cuore, nei vasi periferici, nei bronchi, nel pancreas e nel fegato. La loro azione antipertensiva, peraltro dal meccanismo ancora non del tutto chiaro, consiste nel ridurre la gittata cardiaca, nell'alterare la sensibilità riflessa barocettiva e nel bloccare gli adrenorecettori periferici. Ma che cosa ha evidenziato la ricerca? Attingendo alla Cochrane Library e a Medline i ricercatori svedesi hanno confrontato 20 ricerche sull'uso dei β bloccanti contro l'ipertensione primaria. Più precisamente 13 di questi studi mettevano a confronto diversi antipertensivi e i rimanenti sette i β bloccanti con placebo o nessun trattamento. Esiste una diffusa convinzione, infatti, come ha dichiarato il responsabile della ricerca, che l'ipertensione primaria possa essere trattata con i β bloccanti, ma si tratta di un malinteso. Si tratta, invece, di farmaci più adatti a curare l'ipertensione secondaria. Tanto è vero, confermano i risultati della ricerca, che il rischio relativo di ictus è più alto del 16% con questi prodotti che con gli altri farmaci. Se invece si considerano gli studi contro placebo il rischio è sì ridotto del 19% ma il dato rappresenta la metà di quanto atteso in base a precedenti studi sull'ipertensione. La protezione dall'infarto è, d'altro canto, analoga a quella che si ottiene con altri principi attivi. La ragione, spiegano i ricercatori nelle conclusioni, potrebbe essere che i β bloccanti riducono la pressione sanguigna a livello brachiale, ma non abbassano la pressione sistolica quanto altri farmaci. Un fatto da tenere presente, considerando che oltre un quarto della popolazione mondiale adulta, quasi un miliardo di persone, soffre di ipertensione e una gran parte di questi è curata con sostanze di questa famiglia, sebbene esistano alternative migliori e più accessibili. Il messaggio non è per niente velato: i ß bloccanti non possono più essere considerati come prima scelta nell'ipertensione primaria.

Marco Malagutti

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