Mentire

20 giugno 2008

Focus

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Finora in sede forense si procedeva con il poligrafo, la famosa macchina della verità, che in base alla variazione del battito cardiaco, della pressione, della respirazione e alla resistenza elettrica della pelle accerta che si stia dicendo una verità o una menzogna. Parametri indicativi, ma fortemente variabili da individuo ad individuo.

Ricercatori dell'Università della Pennsylvania School of Medicine, guidati dal prof Daniel Langleben hanno trovato un'alternativa piuttosto valida. Hanno monitorato l'attività cerebrale di un gruppo di 18 volontari durante un particolare test. E' stata loro fornita una serie di oggetti da nascondere in tasca. Poi sono state loro mostrate immagini, alcune delle quali riproducevano gli oggetti in loro possesso. Infine è stato chiesto di rispondere, mentendo, se avessero o meno quell'oggetto.

Per eseguire "l'interrogatorio" ogni volontario è stato fatto accomodare all'interno dell'apparecchiatura per la risonanza magnetica, uno strumento che ha permesso di osservare cosa accadeva nel suo cervello.
Le immagini prodotte dalla risonanza hanno mostrato un'intensificazione dell'attività cerebrale, nel momento in cui il soggetto inizia a mentire, ma solo in zone ben localizzate del cervello: il giro del cingolo e il giro frontale. Il primo coinvolto nell'inibizione della risposta e nel monitoraggio degli errori, il secondo ha un ruolo critico nell'attenzione.

Ciò indica una realtà ben chiara: il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve organizzarsi, attivarsi ed agire, una sorta di lavoro extra non previsto.
Come metodo forense è certamente più affidabile, ma più costoso, del poligrafo, e comunque ancora immaturo in quanto testato solo su persone giovani, sane e di lingua inglese; sarà necessario avere gruppi di volontari di età, cultura e stato sociale differenziato.
Al di là delle applicazioni giuridiche, il team del prof Langleben ha dato un interessante contributo alla ricerca neuropsichiatrica.

Simona Zazzetta


Fonte
NewScientist, 12 novembre 2001


 



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