Cultura, educazione e stimoli per un cervello in salute

01 giugno 2021
Interviste

Cultura, educazione e stimoli per un cervello in salute



Prevenire e rallentare il declino cognitivo


Per prevenire il decadimento cognitivo è necessario mantenere il cervello in continua attività. Ne abbiamo parlato con Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia e direttore della I Clinica neurologica e neurofisiopatologica dell'Azienda ospedaliera universitaria della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli.

Popolazione anziana e declino cognitivo: è vero che il declino cognitivo è in aumento?

Partendo dal presupposto che con l'invecchiamento della popolazione aumentano anche le malattie degenerative si potrebbe affermare che è così. Ma per parlare di declino cognitivo è necessario intendersi sul significato: un individuo con declino cognitivo presenta deficit in uno o più domini cognitivi -memoria, funzioni esecutive, prassie-, che non impattano la vita quotidiana al punto da renderlo demente. Oggi c'è molta attenzione al fenomeno, e siamo in grado di identificare i deficit cognitivi che in passato erano lasciati a un'interpretazione più soggettiva.

Oggi è più facile fare diagnosi?

Grazie a indagini specifiche è possibile individuare situazioni di declino cognitivo, anche se al momento, non siamo in grado di stabilire se un paziente con deficit di memoria si ammalerà di Alzheimer. Ma se al declino cognitivo si associano altre informazioni cliniche e strumentali, come l'atrofia di alcune aree cerebrali mostrata da una RMN, l'accumulo di beta-amiloide all'interno del SNC evidenziato da una PET, una condizione di familiarità, allora è legittimo sospettare, per quel paziente, l'evoluzione verso la malattia di Alzheimer nel corso degli anni successivi.

A che punto siamo con i farmaci anti Beta-Amiloide?

È possibile che da qui ad alcuni mesi la FDA si pronunci in merito alla loro efficacia; non nei pazienti con Alzheimer, dove già si è visto che non funzionano, ma nei pazienti con declino cognitivo in fase iniziale. Qualora i farmaci entrassero a far parte della pratica clinica sarebbe necessario individuare i pazienti idonei alla terapia, nell'ambito dell'enorme numero di individui potenzialmente candidabili, il che imporrà una riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale

Cosa è possibile fare, in generale, per rallentare il declino cognitivo?

La migliore prevenzione per la demenza è la prevenzione primaria, attraverso la realizzazione di un sistema di educazione e di acculturamento di tutta la popolazione, che porti a rafforzare la riserva cognitiva, ossia l'eredità che riceviamo geneticamente, alla nascita, come se fosse un conto in banca: sta a noi scegliere se e come arricchirlo, oppure se sperperarlo. La riserva cognitiva può essere arricchita tenendo sempre il cervello in funzione: con l'educazione, certamente, ma è dimostrato che anche un lavoro stimolante aumenta la riserva cognitiva, così come un'attività ludica stimolante.

La riserva cognitiva può essere aumentata anche nelle fasi avanzate della vita. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone anziane che vengono istruite, per esempio, ad utilizzare il computer o a suonare uno strumento, aumentano le proprie capacità cognitive. Quindi fare prevenzione primaria significa far funzionare ed educare il nostro cervello a ragionare, in qualsiasi modo possibile.

Cos'altro si può fare per prevenire o rallentare la perdita delle capacità cognitive?

È necessario individuare eventuali comorbidità; ipertensione, diabete, fumo e obesità sono fattori che facilitano la compromissione vascolare del sistema nervoso centrale, così come la inattività fisica e l'ipoacusia che rende gli individui anziani scarsamente attivi dal punto di vista relazionale. Inoltre bisogna curare eventuali forme depressive, e gli stati di inattività motoria e cognitiva. Si è visto infatti che i disturbi dell'umore e lo scarso impegno intellettivo hanno una influenza negativa sullo sviluppo di decadimento cognitivo, soprattutto nella terza età.

Come sottolineato dalla Lancet Commission per la prevenzione e cura delle demenze nel 2017, le demenze sono la parte terminale di un processo patologico che ha inizio molti anni prima; è quindi fondamentale l'impegno della comunità medica, e aggiungerei, laica, per mantenere le persone anziane impegnate dal punto di vista socio-relazionale, al fine di agevolare la preservazione delle funzioni cognitive per il tempo più lungo possibile.

Che ruolo ha l'alimentazione nel processo di decadimento cognitivo?

Si tratta di un tema molto attuale. Possiamo dire che un tipo di alimentazione che favorisca obesità, ipertensione e dislipidemia -che si traducono in aumento dell'aterosclerosi cerebrale- indirettamente agisca nel facilitare i processi neurodegenerativi e sia quindi da evitare. Quindi no a diete ricche di zuccheri, grassi saturi, carni lavorate; il riferimento è, come sempre, la dieta mediterranea con verdura, frutta, legumi, acidi grassi polinsaturi.

La ricerca scientifica ha evidenziato fattori di rischio specifici per il declino cognitivo?

Uno studio che ha esaminato i fattori di rischio modificabili in 900 individui sani di età superiore a 50 anni, osservati per 12 anni, ha confermato che malattie coronariche, inattività fisica, disfunzione renale, diabete, iperlipidemia, fumo, obesità, ipertensione e depressione sono fattori favorenti le demenze, evidenziano anche che una alta attività cognitiva, un basso apporto di grassi saturi e una alimentazione basata sui principi della dieta mediterranea avrebbero una funzione protettiva. Inoltre secondo i risultati dello studio, i fattori di rischio modificabili potrebbero contribuire a un terzo dei casi di demenza, e la riduzione del rischio di questi fattori dal 10% al 25% potrebbe ridurre i casi di malattia di Alzheimer, nel mondo, nella misura di circa tre milioni.

Stefania Cifani

Fonte: PuntoEffe

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