#coronavirus, il farmacista di Vo' Euganeo (Veneto) racconta l'esperienza della quarantena

16 marzo 2020

Interviste

#coronavirus, il farmacista di Vo' Euganeo (Veneto) racconta l'esperienza della quarantena



Il giovane farmacista di Vo' Euganeo, che ha vissuto in prima linea la quarantena del piccolo paese del padovano, tra i primi focolai del coronavirus in Italia racconta la sua esperienza, in un'intervista a Puntoeffe (anteprima di Punto Effe n. 4/2020) che riportiamo integralmente.

Vo' è un piccolo comune dei Colli Euganei, in provincia di Padova, di 3.300 abitanti, che ha purtroppo registrato la prima vittima italiana dell'epidemia di coronavirus. Primo focolaio del Veneto, nel tentativo di contenere il diffondersi della malattia il Comune è stato isolato per 14 giorni, dal 23 febbraio all'8 marzo: non si poteva né entrare né uscire dal territorio comunale senza specifica autorizzazione. A far rispettare questo divieto sono stati i posti di blocco delle forze dell'ordine nelle vie d'accesso al comune. Molta attenzione è stata riservata a questa cittadina, basti pensare che circa il 30 per cento di tutti i tamponi effettuati finora (3.300 su 11.000) sono stati condotti a Vò, con 90 casi positivi e un'incidenza del 3,4 per cento. Una situazione estremamente particolare e tesa che il nostro collega Luca Martini ha vissuto in prima persona, in quanto rimasto nella farmacia di Vo' a prestare servizio alla comunità. Residente a Vicenza, a fronte del divieto di accesso e uscita dal territorio comunale, è stato costretto a "trasferirsi" nei locali della farmacia per tutti e quattordici i giorni. Luca ha 29 anni, è tesoriere di Agifar Vicenza e ci ha gentilmente concesso il privilegio di raccontarci la sua esperienza.


Dell'epidemia di coronavirus si parlava ormai da alcuni mesi, ma un conto è il racconto di infezioni in Cina, un conto è trovarsi l'epidemia letteralmente alle porte di casa: che informazioni avevi e come vivevi l'epidemia prima dell'arrivo dell'infezione in Italia, nel tuo Comune?

Ritengo che siamo tutti un po' colpevoli di aver sottovalutato inizialmente i rischi del diffondersi di quest'epidemia. Le notizie che giungevano dalla Cina mi sembravano surreali e distanti, e mai avrei creduto che il primo decesso italiano per Covid19 potesse avvenire proprio nel piccolo paese dove lavoro.


Come sei venuto a conoscenza dell'accendersi del focolaio di coronavirus Sars-CoV-2 e come hai reagito?

Stavo lavorando tranquillamente nel pomeriggio di venerdì 21 febbraio, quando mio padre, titolare della farmacia dove lavoro e sindaco del Comune di Vo', riceve una chiamata dal direttore generale dell'Ulss: a quanto pare ci sono dei casi confermati del nuovo coronavirus proprio nel nostro piccolo Comune. Dopo lo stupore e lo spaesamento iniziale, nel giro di pochi minuti abbiamo già messo in atto le precauzioni per mettere in sicurezza colleghi e clienti: mascherine, guanti, distanza di sicurezza dal banco. Tutte disposizioni che ci hanno poi accompagnato nelle due settimane di isolamento dal resto d'Italia, e continueranno a farlo fino a data da destinarsi. Il Comune è stato blindato dal decreto del Presidente del consiglio solo alle ore sette del mattino di lunedì 24, così io e mia madre, titolare dell'altra piccola farmacia della frazione di Vo' Vecchio, abbiamo fatto le valigie e alle sei del mattino di lunedì abbiamo varcato l'ingresso del paese prima che venisse sigillato, in modo da continuare a garantire il servizio farmaceutico alla cittadinanza.


In una situazione così critica, come si è mossa l'amministrazione comunale per garantire l'assistenza sanitaria e i beni di prima necessità alla popolazione?

La chiusura di ogni ingresso e uscita dal paese comporta non solo l'impossibilità di spostarsi, ma anche di spostare merci. Chiaramente sono previste eccezioni per il trasporto di beni di prima necessità (sostanzialmente farmaci e alimenti), ma le procedure burocratiche per autorizzare ogni trasporto sono complesse e non di facile applicazione. Ogni vettore che dovesse effettuare una consegna, infatti, doveva richiedere un permesso alla prefettura, indicando targa del mezzo, nome e cognome del corriere, data e motivo della consegna urgente, Questa richiesta doveva poi essere validata e approvata dal Prefetto, procedura non sempre veloce. Dopo qualche giorno di caos consegne, però, il processo è stato rodato e devo dire che siamo riusciti ad approvvigionarci di tutto ciò di cui avevamo bisogno. A questo riguardo ringrazio i magazzini farmaceutici che ci riforniscono, che hanno collaborato e ci hanno assicurato le consegne nonostante le difficoltà, dimostrando tutta la loro serietà e professionalità.


Nel Comune ci sono due farmacie: una nella frazione di Vò vecchio e quella dove presti servizio. Erano entrambe aperte e come vi siete accordati tra colleghi?

La farmacia di Vo' Vecchio, la cui titolare è mia madre, la dottoressa Santolin, è rimasta aperta così come quella dove lavoro io a Vo' centro. Abbiamo entrambi fatto la scelta di rimanere dentro al Comune, per garantire il servizio farmaceutico in un momento particolarmente delicato per il Paese. Tre collaboratrici residenti fuori dal Comune sono rimaste a casa in quarantena per le due settimane della chiusura, quindi abbiamo dovuto lavorare a personale ridotto.


Cosa ti ha spinto a restare da solo a prestare il servizio farmaceutico alla popolazione e quali sono state le criticità maggiori? Come hai vissuto questi giorni in una realtà possiamo dire "sospesa"?

La scelta mi è sembrata piuttosto scontata, non potevo certo permettere che un paese di 3.300 anime rimanesse senza possibilità di approvvigionarsi di farmaci. Lavorare a personale ridotto è stato particolarmente difficile, ricorderò sempre i primi due giorni di quarantena in particolare, in cui io e la mia collaboratrice Chiara abbiamo dovuto gestire in due una situazione di panico, rispondendo a diverse centinaia di telefonate preoccupate che si accavallavano, e rassicurando clienti spaesati che entravano in farmacia più per chiedere informazioni che per acquisti. Mio padre il titolare, essendo anche sindaco del paese, era costretto a gestire l'emergenza dal municipio, dovendo lasciare da parte per qualche giorno la farmacia. È stata davvero dura, ma sono soddisfattissimo del risultato ottenuto, e sono convinto di aver imparato molto dalla gestione di questa emergenza, e felice di essere stato in grado di rassicurare e aiutare la gente in un momento così delicato e spaventoso. È stata l'adrenalina della situazione a permetterci di continuare a lavorare senza sosta. Le criticità sono state diverse.


Per esempio?

Innanzitutto, la mancanza dei medici di base, messi in quarantena preventiva, ma fortunatamente presto sostituiti da tre medici volontari a cui va tutta la mia stima e il mio ringraziamento: il dottor Sostini, il dottor Simonato e la dottoressa Gallea. Mancavano poi, come un po' in tutta Italia, mascherine e gel disinfettanti mani. Anche in questo caso devo ringraziare un collega, un farmacista del mantovano, il dottor Malavasi, che è stato in grado di procurarci (a prezzi non assurdi, cosa in questi giorni rara) una gran quantità di mascherine chirurgiche, sufficienti a coprire la richiesta dei clienti per la maggior parte della quarantena. Critica è stata anche la gestione delle consegne e delle spedizioni, ma come già detto i nostri fornitori si sono comportati in maniera impeccabile nonostante le difficoltà.


Ricordavamo all'inizio che sei residente a Vicenza e, in situazioni normali, ogni mattina percorri 40 km per raggiungere il posto di lavoro. Come ti sei organizzato per "abitare" in farmacia?

Fortunatamente abbiamo ampi spazi, quindi ho adibito una saletta multifunzione a camera da letto.


In questi quattordici giorni di isolamento, con immagino un pesante carico di tensione e apprensione, come veniva vissuta la condizione dai tuoi pazienti?

La grande maggioranza dei pazienti si è comportata in maniera rispettosa e responsabile, rispettando le distanze di sicurezza prescritte. Abbiamo infatti posto dei distanziatori per mantenere le persone a circa un metro e mezzo dal farmacista al banco. La gente si è abituata alla condizione surreale in cui si trovava, condizione che a oggi viviamo non solo in questo piccolo paese ma in tutta Italia.


In tutta Italia si fa estrema fatica a recuperare mascherine e igienizzanti, tanto che molti colleghi si stanno impegnano per produrre soluzioni igienizzanti nei laboratori galenici delle farmacie in attesa che tornino disponibili. Vista la condizione di emergenza c'è stata una garanzia aggiuntiva riguardo questi particolari prodotti?

Grazie alla situazione eccezionale del nostro Comune, che era l'unico in zona rossa in tutto il Veneto, è stata sbloccata direttamente dall'azienda produttrice una grossa consegna di gel disinfettante mani mancante presso tutti i fornitori. Questo ha certamente aiutato molto, ma le richieste elevate ci hanno portato a terminare le scorte nel giro di pochi giorni. Lo stesso discorso vale per le mascherine: pur riuscendo a procurarne in quantità importanti, come già detto, le richieste rimangono sempre superiori all'offerta.


Il decalogo di misure per contrastare la diffusione del coronavirus divulgato dal ministero della Salute prevede vari punti, tra cui il lavaggio frequente delle mani, l'utilizzo di gel disinfettanti (con alcool almeno al 60 per cento), la distanza di almeno un metro e altre precauzioni. Quali misure hai attuato per ridurre il rischio di contagio tra i pazienti e nei tuoi confronti?

In farmacia utilizziamo mascherine e guanti usa e getta che sostituiamo spesso, ci laviamo le mani, disinfettiamo spesso le superfici, arieggiamo l'ambiente e spruzziamo spray disinfettanti per l'aria. Ma soprattutto manteniamo la distanza di almeno un metro tra gli operatori, e chiediamo ai pazienti di fermarsi a distanza di sicurezza dal banco, dove abbiamo messo dei divisori in legno, e tra loro. Limitiamo autoanalisi e misurazioni a situazioni urgenti (Inr, pressione) e chiediamo l'uso della mascherina.


Dal 9 marzo è partito il secondo screening generale volontario della popolazione di Vò Euganeo, con l'obiettivo di scoprire di più di questo virus allo scopo, anche, di sviluppare in breve tempo un vaccino. Quali le tue impressioni su questa iniziativa e le tue aspettative?

La situazione di Vo' è unica al mondo: un piccolo enclave isolato dal resto del mondo in cui l'intera popolazione è stata campionata con il test del tampone, e i positivi sono stati immediatamente isolati in quarantena domiciliare. Fare un secondo tampone a distanza di due settimane ha permesso di valutare il successo di queste disposizioni, e i dati non ancora ufficiali che mi sono giunti parlano chiaramente di un successo straordinario, con un calo dei positivi sostanziale. Spero che il modello Vo' possa essere esportato a livello internazionale, e che la ricerca in corso presso l'Università di Padova dia risultati utili nella gestione di questa terribile pandemia.


E al termine di questi 14 giorni intensi, un giusto momento di pausa?

Ora non c'è tempo per riposare, ci penseremo quando questa brutta storia sarà solo un ricordo.


Luca Guizzon



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