Fase 3. Chi pensa ai bambini? Intervista al Dottor Alberto Ferrando

19 luglio 2020
Interviste

Fase 3. Chi pensa ai bambini? Intervista al Dottor Alberto Ferrando


I bambini debbono tornare a giocare e a studiare insieme e non a distanza. Bisogna adottare una organizzazione che offra garanzie e sicurezza e non continuare a fare lo scaricabarile. Dica33 intervista Alberto Ferrando, medico pediatra, presidente dell'Associazione pediatri liguri.

Dottor Ferrando, secondo la sua esperienza di pediatra qual è la reale situazione dell'epidemia tra i bambini in Italia?

Appare chiaro che il Covid-19 in Italia sia in fase di tregua, con pochi contagi che fanno intravedere una progressiva endemizzazione del virus. Segnalazioni personali dal Gaslini di Genova e da ospedali pediatrici riferiscono che da mesi non si rilevano positività nei tamponi rinofaringei fatti ai bambini. Bambini che si sono dimostrati in vari studi meno ricettivi al virus e scarsamente contagianti. Infatti la maggior parte di bambini venuti a contatto con il virus lo hanno preso da genitori o comunque da adulti.

Quindi si potrebbe procedere con realtiva tranquillità alla apertura dei centri estivi senza che diventino un luogo in cui regole assurde si accavallano fino a renderlo invivibile?

Le direttive e leggi hanno reso difficoltosa l'apertura dei centri estivi mentre per il calcio ci si è rapidamente organizzati. I nostri bambini sembrano destinati all'oblio. Sembra che nessuno si sia interessato ai bambini, alla socialità e ai danni da isolamento. Pensiamo un po' ai bambini e alle famiglie. Pensiamo ai Centri estivi e ai ritardi nell'esecuzione del tampone. Non possiamo tenere a casa un bambino per una settimana in attesa dell'esecuzione di un tampone. Occorre una seria riflessione. Sappiamo quanto sia importante identificare precocemente i casi per tracciare i contatti. Se un bambino presenta febbre si procede all'isolamento domiciliare di tutto il gruppo dei bambini che frequentano il nido in attesa del risultato del tampone. Sono a conoscenza di casi in cui la famiglia viene chiamata dopo alcuni giorni dalla segnalazione proponendogli un tampone a 8 giorni di distanza. Ma vi sembra possibile? Poi ci vorranno dei giorni per il referto.

Sarà così anche all'apertura delle scuole?

Mi auguro di no! Purtroppo sul territorio non si sta pensando ad ora a nessuna organizzazione. Tuttora in Regione Liguria vige l'indicazione della Agenzia Regionale ALISA che in caso di febbre il bambino va seguito telefonicamente o bisogna avvisare i gruppi territoriali (GSAT) o Gaslini.

Arriverà una seconda ondata nell'autunno?

Nessuno può rispondere e vari esperti stanno dando pareri e opinioni in libertà cercando chi di sdrammatizzare e chi di tragicizzare. Il risultato è una grande confusione e persone divise in negazionisti e in isolazionisti. Risultato? Da una parte alcuni fanno il "Covid Party" e altri si isolano (e isolano i bambini). Una seconda ondata di Covid-19 a fine autunno/inizio inverno è una possibilità molto reale. La gravità di questa ondata, ovviamente, non la possiamo conoscere, ma sarebbe irresponsabile non essere pronti a qualsiasi evenienza. Ma dobbiamo far tornare i bambini insieme. Quanto è avvenuto in questi giorni nei centri estivi deve servire come rodaggio per l'autunno.

Lei è il Presidente Associazione pediatri Liguri, ci riferiamo in modo particolare alla sua regione ma sappiamo che la situazione non è molto diversa in altre parti di Italia: si è a lungo parlato della necessità del rafforzamento della medicina territoriale. Si sta operando efficacemente in tal senso?

No, purtroppo si continua a ragionare in una ottica ospedalocentrica. Dal punto di vista pratico, la preparazione e l'organizzazione è fondamentale e dovrebbe prevedere:- Il sistema 3T: Testare (Fare tamponi), tracciare (seguire e fare i tamponi ai contatti) e trattare (fare diagnosi precoci e terapie precoci sul territorio)- proteggere ospedali, luoghi di degenza e RSA, - rafforzare la medicina del territorio, - permettere una diagnosi precoce e con risposte immediate- adottare terapie precoci, triage rapido dei casi, implementazione nuovi protocolli di cura (anticorpi, antivirali, plasma, etc). Tutte cose che, se fatte bene, per tempo e con le dovute risorse, ridurranno enormemente i morti da Covid. Accettando poi con serenità il fatto che il rischio zero non esiste (come non esiste per nessun'altra malattia) ed evitando di ricorrere a misure "straordinarie" che hanno un effetto devastante a livello socio-economico.

Eppure siamo pieni di "esperti", non vengono ascoltati dal decisore politico?

Occorre tenere in maggior considerazione gli input che arrivano da parte del Medico della persona (medico e pediatra di famiglia e medico di corsia ospedaliero o universitario) e non solo degli specialisti di settore che inevitabilmente guardano quanto di loro competenza ma non sono a contatto con la persona. Le problematiche sociali, organizzative, psicologiche, comunicative sono altrettanto importanti di quelle scientifiche. Certo che fa molto più fashion sentire i pareri del primario, del direttore, dello scienziato mentre nella realtà chi è a contatto con la malattia e con le persone sul territorio e in ospedale è il medico. E spesso questi medici non hanno tanto tempo da dedicare alle passerelle o agli incontri spesso poco concludenti.

Stiamo facendo trascorrere del tempo prezioso e rischiamo di trovarci in emergenza senza essere attrezzati?

Non è accettabile che non si cominci a pensare a strategie condivise con un grande coinvolgimento del territorio. In questa fase di tregua estiva (che mi auguro, come tutti che prosegua indefinitamente), è indispensabile prepararsi a livello sanitario ed in modo adeguato ad una possibile seconda ondata di Covid-19. È una precisa responsabilità politica ed istituzionale, a partire dal Governo, dai ministeri rilevanti e dai loro comitati consultivi, e dalle strutture sanitarie loco-regionali. Il tutto senza cercare di scaricare questa responsabilità sui cittadini, che in uno Stato democratico devono essere protetti dalle istituzioni sanitarie stesse mentre continuano a svolgere i loro diritti e doveri costituzionali.

Aggiungo per concludere che finora è mancata e manca una visione sistemica di questa pandemia. Una persona ammalata in una famiglia significa una famiglia con figli, genitori, parenti in sofferenza. Pensiamo alla elaborazione del lutto che è mancata nella fase acuta della pandemia quando non si è potuto salutare la persona cara morente né assistere al suo funerale.

Quando si parla di centri estivi o di scuola si deve per forza parlare anche di lavoro e di genitori che devono lavorare e in certe famiglie l'insorgere della malattia o il solo dubbio della stessa crea dei disagi difficilmente risolvibili.

Piergiorgio Mulas





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